C’è gente che usa l’email come si usava il cassetto della scrivania: ci butta dentro tutto e non guarda mai indietro.
Un mio cliente è esattamente così. Anni di attività, quasi tutto cartaceo, e come unica concessione al digitale una casella di posta diventata nel tempo una specie di discarica ordinata cronologicamente. Niente cartelle, niente etichette, niente sistema. Solo email su email su email.
Un giorno mi chiama: gli servono alcuni documenti importanti che sa per certo di aver ricevuto per email, ma non ha idea di quando, da chi, con che oggetto. Mi manda le credenziali e mi dice “vedi te”.
Apro la casella. 12.000 email. Nessun criterio di ricerca affidabile, perché lui stesso non ricordava dettagli utili. L’idea di scorrerle una per una mi è durata il tempo di fare due calcoli: anche a un ritmo assurdo di 10 secondi a email, sarebbero servite più di 33 ore di lavoro. Solo per guardarle, non per capirle.
A quel punto ho usato l’intelligenza artificiale per analizzare il contenuto delle email e isolare quelle che, per argomento e contesto, potevano contenere quello che cercavamo. Trenta secondi. Non sto esagerando per effetto scenico: davvero trenta secondi per restringere il campo da 12.000 a una manciata di candidati plausibili.
Da lì, il controllo manuale è stato un gioco. Ho trovato i documenti in pochi minuti.
La parte che mi ha fatto più pensare non è quanto sia potente l’AI — lo sappiamo, ce lo ripetono ovunque fino alla nausea. È quanto sia ancora scollegata dalla vita reale delle persone che ne avrebbero più bisogno.
Il mio cliente ha passato anni a convivere con un problema che aveva già in tasca la soluzione, senza saperlo. Non gli mancava la tecnologia. Gli mancava qualcuno che gli dicesse “guarda, per questo esiste già uno strumento”.
È il motivo per cui, quando si parla di AI, mi interessano più i casi come questo che i proclami sulle rivoluzioni epocali. La rivoluzione, per un piccolo imprenditore con 12.000 email da cui non riusciva a tirare fuori un contratto, è stata semplicissima: risolvere in mezzo minuto un problema che avrebbe richiesto giorni.
Non serve sempre l’ultima frontiera dell’intelligenza artificiale. Spesso serve solo qualcuno che sappia usare bene quella che esiste già.