di Gabriele De Florio
C’è una domanda che mi sento fare spesso, e che ho imparato a riconoscere come un segnale.
- “Fate anche social media?”
- “Oltre a Google Ads, potete occuparvi anche del sito?”
- “O magari anche delle grafiche, dei video, del brand?”
Ed è lì che capisco di dover fermare il discorso. Perché il punto non è cosa fai in più.
Ma cosa fai meglio.
In un mondo che premia l’apparenza e la varietà, dire di non essere full service sembra un autogol. Ma è esattamente il contrario.
L’illusione del tutto
Offrire “tutto” è comodo.
Per il cliente, che non deve coordinare più fornitori.
Per l’agenzia, che può portare dentro più budget.
Ma spesso, quando guardi sotto il cofano, trovi ben poco.
L’effetto collaterale del modello full service è che tutti fanno tutto, e nessuno fa davvero bene nulla.
Chi imposta le campagne è anche quello che fa le grafiche, scrive i testi, aggiorna il sito, ottimizza la SEO, registra i video.
Una figura mitologica che, in teoria, sa tutto. Ma che, nella realtà, non ha il tempo né la competenza per andare davvero a fondo.
La verticalità come scelta (non come limite)
Io non sono nato verticale.
Anzi, ho cominciato come tanti: lavorando un po’ su tutto. Ma a un certo punto mi sono reso conto che quel modello non solo non era sostenibile, ma non era efficace.
Così ho fatto una scelta che molti definiscono “coraggiosa”, altri “limitante”, altri ancora “pazza”: ho deciso di occuparmi solo di Google Ads.
Ma davvero.
Niente Facebook, niente Instagram, niente TikTok, niente brand identity, niente foto, niente siti.
Solo traffico qualificato da Google, fatto bene.
E questa scelta non riguarda solo me. In Clavis, ogni persona è verticale su una cosa sola.
Chi fa monitoraggio fa solo quello.
Chi scrive contenuti fa solo quello.
Chi si occupa di SEO non mette le mani sulle campagne.
Potremmo “vendere di più” offrendo tutto? Forse.
Ma lo faremmo peggio. E questo, per me, non è accettabile.
Superficialità non è integrazione
Attenzione: non sto dicendo che i canali non debbano integrarsi.
Anzi: l’omnicanalità è un valore enorme.
Ma l’integrazione funziona solo se ogni canale è curato da qualcuno che sa esattamente cosa sta facendo.
Un chirurgo non fa anche il dentista.
Un sommelier non serve birra.
Un copywriter non è (quasi mai) un bravo strategist.
Pensare che un’unica figura possa coprire tutto è una scorciatoia mentale pericolosa, che può costare cara in termini di risultati.




La profondità batte la varietà
Nel tempo, ho imparato a riconoscere quando un account pubblicitario è stato gestito da un’agenzia full service.
Ci sono errori macroscopici, dimenticanze, ottimizzazioni mai fatte, keyword scelte a caso, annunci vaghi, pagine di atterraggio non coerenti.
E la cosa più assurda è che i clienti spesso non se ne accorgono finché non provano qualcosa di diverso.
Finché non vedono cosa vuol dire avere qualcuno che fa solo quello, ogni giorno, da anni.
Non è solo una questione tecnica.
È un approccio mentale.
Una forma di rispetto.
Un modo per dire: “Questa cosa qui la prendo sul serio. Così sul serio da dedicarci la mia vita professionale.”
Conclusione: scegliere chi va a fondo
Non è una battaglia tra modelli.
Il full service ha senso in certi contesti, se strutturato con reali team di specialisti.
Ma troppo spesso si traduce in una coperta corta, dove tutto viene fatto in fretta, con poca cura e ancora meno competenza.
Per questo continuo a difendere la verticalità.
Non perché sia più facile — è molto più difficile.
Ma perché è più onesto, più efficace, più giusto.
Quando cerchi qualcuno che ti aiuti nel marketing, non chiedere se “fanno anche…”
Chiedi:
“Questa cosa qui, la fate davvero bene?”